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FACCIAMO UN PÒ DI CHIAREZZA SUL RUOLO DELLO PSICOLOGO DELLO SPORT. MITI E CHIMERE SULLA NOSTRA CULTURA SPORTIVA PARTE #5

Oggi approfondiamo un tema trasversale a molti settori della nostra vita, dalla scuola, allo sport al mondo del lavoro. Si tratta del concetto di "talento" e del nostro rapporto che instauriamo con esso.

Quanti di noi, amanti e praticanti dello sport, siamo rimasti letteralmente "a bocca aperta" durante la prestazione di un nostro idolo? Come è possibile non affascinarsi di fronte al gesto atletico di un professionista, così perfetto e armonico da sembrare del tutto "naturale"? Proprio per questa naturalezza, forse, abbiamo provato a imitarli, anche solo per diletto, e ci siamo subito accorti a quale distanza sia il "naturale" dal "semplice".

In realtà cosa intendiamo per talento o per capacità naturali? Siamo profondamente attratti da esso e dalle sue svariate forme, ma ci lasciamo un po' sopraffare dalla sua influenza senza entrare nei dettagli. Preferiamo lasciare tutto in un aura di mistero.

Talvolta, accettiamo inconsciamente che quest'alone di mistero diventi un pregiudizio occulto anche su noi stessi.

Ed è ciò che capita nella mente degli atleti, o anche degli allenatori, quando non riescono a dare una spiegazione rispetto a ciò che vedono. Si invoca così l'"aspirato" e mai raggiunto talento del compagno, o del proprio atleta, e finalmente tutto sembra molto più chiaro: «Ma certo! Ovvio che gli riesce così bene, lui ha quel talento che io non ho!».

Cercando di dare una definizione minima del suo significato, il talento è la somma delle capacità di una persona, non solo doti innate, ma anche abilità, nozioni, esperienza, intelligenza, senno, atteggiamento, carattere e iniziativa. Rientra anche l'attitudine e l'apprendimento dall'esperienza, ma tendiamo spesso a soffermarci sulle sole doti naturali.

Secondo lo Psicologo Statunitense Howard Gardner, l'intelligenza non è un fattore unitario ma si delinea secondo molteplici sfaccettature, ognuna delle quali è deputata a differenti settori dell'attività umana. Riconosce infatti nove forme di intelligenza con struttura e caratteristiche distinte: quella logico-matematica, quella musicale, spaziale, linguistica, cinestesica, intrapersonale, interpersonale, naturalistica e filosofico-esistenziale.

Ognuno di noi può possedere tutte le suddette macro-aree, ma con combinazioni differenti che variano da persona a persona. Il talento personale diventa quindi specifico ed individuale, dove una parte di esso è innato e genetico, ma questo non predispone automaticamente al suo sviluppo ed al suo mantenimento nel tempo.

Se definire il talento sembra già di per sé complesso, lo è ancora di più quantificarlo. Sono numerosi gli studi che si stanno prestando nella costruzione di una teoria scientifica in grado di individuarlo con dati affidabili, ma le conoscenze in merito sono dipendenti, nella maggior parte dei casi, dalle evidenze pratiche. È infatti il risultato finale ad essere l'unità di misura al quale ci si affida per capire quale ragazzo/a è, o sarà, un talento.

Quindi, se è così difficile riuscire a quantificare il talento personale di ognuno di noi, come mai ci affidiamo sempre a lui nei nostri ragionamenti?

Il sociologo Dan Chambliss, in un suo studio sui nuotatori olimpionici, afferma che il talento naturale sembra la più diffusa spiegazione corrente del successo nello sport, come se si trattasse di una sostanza invisibile, non reale, che distingue i migliori dai non campioni. Un dono speciale, un quid forse fisico, genetico, psicologico o comunque fisiologico che li rende degli "atleti nati".

Quando non possiamo spiegare facilmente come l'allenamento e l'esperienza abbiano portato un atleta a un livello prestativo superiore al comune, ci accontentiamo e lo etichettiamo come "talento naturale".

Qual è il risvolto psicologico in tutto questo? Che se valutiamo i nostri risultati in base ai concetti di "talento" e "natura" predisponiamo la nostra mente a forti condizionamenti, che vanno ad impattare in modo decisivo le performance successive ed il modo in cui ci rapportiamo alle nostre esperienze.

Stiamo così rafforzando un setting mentale statico e involutivo, perché ogni volta che falliremo una gara non considereremo l'accaduto come una situazione da cui ripartire e prendere spunto per migliorarsi, ma sarà un'ulteriore prova della nostra mancanza di talento. Il risultato è lampante: calo della motivazione e del piacere personale, calo dell'autoefficacia e tendenza a fuggire dalle sfide.

Un altro risvolto negativo di questo mindset è considerare l'impegno e la fatica come conseguenza del "non aver" abbastanza talento: «Se devo fare così fatica vuol dire che non sono dotato a sufficienza». Questi pensieri renderanno l'individuo ancora più sensibile alle critiche, anche quelle positive, alimentando ulteriormente il circolo vizioso negativo.

Quindi, considerare le doti naturali come qualcosa di immutabile e magico ci vincola ad un pensiero stagnante e regressivo, nella vita come nello sport. Ricordiamoci sempre che il talento abbaglia, ma può anche renderci impotenti. Ed è importante considerare che le nostre esperienze, assieme al lavoro quotidiano, plasmano e modificano noi stessi e le nostre abilità, da qualsiasi punto partiamo.

Concludo con una riflessione del filosofo Nietzsche, che per anni si è interrogato sul rapporto del talento con l'essere umano. Il messaggio è molto chiaro: «La nostra vanità, il nostro amor proprio alimenta il culto del genio. Poiché se pensiamo il genio come qualcosa di magico, non siamo costretti a confrontarci e ammettere la nostra insufficienza [...] Chiamare "divino" qualcuno equivale a dire che "Non c'è da mettersi in gara"».

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