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Germania, anno 2006. I giganti tedeschi ospitano la diciottesima edizione dei mondiali di calcio, ai quali prenderà parte anche l’italia, appena uscita dalla delicata questione calciopoli.

Dopo aver eliminato i padroni di casa, la compagine capitanata dal coach Marcello Lippi prevarrà, in una finale molto sofferta contro i rivali francesi.

La nazionale italiana, seppur popolata di campioni del calibro di Francesco Totti, Andrea Pirlo, Gianluigi Buffon, Alessandro del Piero e molti altri, non partì tra le favorite. Uno scenario famigliare, che si è riproposto quest’anno, agli europei.

Anzi, per onestà intellettuale è lecito sottolineare che i valori azzurri di oggi sono definiti da molti come nettamente inferiori rispetto al 2006. Nonostante questo, le due squadre sono state facilitate da una variabile psicologica fondamentale: la coesione del gruppo.

L’arma vincente che permette ad una squadra apparentemente anonima di progredire sul campo, e nella mente, è il team building. In cosa consiste? Oltre agli illustri esempi riportati nelle righe precedenti, potrebbero beneficiarne anche amatori o semi professionisti?

Team building e performance: dati scientifici

Nel paper scientifico “Team Building and Group Cohesion in the Context of Sport and Performance Psychology” pubblicato sull’Oxford University Press, gli studiosi Mark Eys e Jeemin Kim sottolineano alcuni punti fondamentali, che legano il team building e il miglioramento della performance di squadra.

Negli sport di squadra è impossibile pensare di raggiungere grandi risultati, o comunque di ottenere miglioramenti, trascurando il legame che unisce gli atleti e l’allenatore.

In primo luogo, quindi, sarà indispensabile lavorare sulla coesione del gruppo, nel far percepire al singolo la straordinaria forza della collettività, che opera in modo funzionale al raggiungimento degli obiettivi comuni.

Questo, tuttavia, non può bastare. Come spesso ho ribadito, la performance sportiva è psicofisiologica, e quindi influenzata da infinite variabili. Il miglioramento è il risultato dell’insieme, che in sé differisce dalla somma delle singole parti. Non è possibile quindi lavorare su una singola variabile per volta: gli interventi di team building necessitano di più fronti di lavoro

Come scrivono Eys e Kim nella loro pubblicazione precedentemente citata, l’intervento ideale di team building dovrebbe comprendere anche protocolli di goal setting, includendo un approccio alla coesione e alla cognizione individuale esplicitamente orientata alla performance.

Prima di procedere, sarà quindi fondamentale identificare i bisogni reali della squadra, intesa come gruppo, considerando poi vari approcci teorico/pratici utili alla situazione.

La squadra come unico giocatore

Trovarsi a memoria. Pensare, agire e muoversi come un unico essere entro il quale convivo undici individualità ben distinte. L’entità squadra deve avvalorare le caratteristiche individuali, per dare la possibilità ad ogni atleta di esprimere al massimo il proprio potenziale.

Un epilogo valido a tutti livelli, dall’agonismo amatoriale, al semi professionistico, fino ad arrivare alle più alte sfere professionali sportive.

Per queste ed altre motivazioni, è NECESSARIO affidarsi a un professionista preparato, che abbia esperienza in fatto di mental training, e una conoscenza profonda della psicologia legata allo sport.

Nei miei servizi, troverai una sezione dedicata ad allenatori e dirigenti che vogliano migliorare le loro competenze comunicative e di gestione dell’atleta a 360°. Nel caso volessi saperne di più, puoi contattarmi tramite mail o sui social media. Al prossimo articolo!