Sfortunatamente per la psicologia, tutti ci sentiamo un po’ psicologi. Un detto famoso che gli psicologi conoscono, e che fa sorridere gli addetti ai lavori. Certo, sentirsi uno psicologo è una cosa, esserlo… beh. Devi studiare giusto qualche anno, per l’esattezza cinque, poi lavorare e studiare per un anno intero. Dopodiché esame di stato e ancora studio, perché per legge gli psicologi devono completare una formazione continua.

Così come è semplice sentirsi un po’ psicologi dopo aver ascoltato a cuore aperto le disavventure amorose dell’amico, è altrettanto vero che numerosi concetti della psicologia vengono presi e rielaborati dalla massa e dall’opinione pubblica. Oggi parliamo di Resilienza, un costrutto che ha subito negli anni varie distorsioni, fino ad essere deriso e banalizzato. In realtà si tratta di una teoria alla base di alcune tecniche all’avanguardia.

Paradigmi che vengono utilizzati con successo nei top club delle maggior leghe sportive. Partiamo dal mito per approdare alla realtà. Si, perché la resilienza è molto più che piegarsi ma non spezzarsi. La resilienza è psicofisiologia applicata alla performance. Nel gergo comune, la resilienza sarebbe un’abilità mentale che porterebbe le persone a resistere agli urti della vita.

Come un metallo che si piega a 360 gradi ma non si rompe del tutto. E non dovrebbe sorprendere che, infatti, il termine sia stato utilizzato per la prima volta riguardo ai materiali capaci di assorbire urti violenti senza rompersi. In generale, più una persona dispone di risorse personali per superare eventi traumatici con successo, più può essere ritenuto resiliente. Il concetto è valido anche nello sport.

Più un atleta sarà in grado di sopportare carichi di allenamento impegnativi, di affrontare con successo il clima difficoltoso pre partita o gestire le sconfitte, più sarà considerato resiliente.

Sono stati pubblicati molti studi a riguardo, vediamone alcuni.

Resilienza psicofisiologica e scienza

Lo studio di Codonhato (Codognato) e colleghi ha indagato la relazione tra resilienza, stress e infortuni nel contesto sportivo di ginnastica ritmica con un campione modesto ma di livello elevato: otto atlete appartenenti al team della nazionale brasiliana. Secondo i risultati ottenuti, la resilienza giocherebbe un ruolo rilevante durante il processo riabilitativo post infortunio.

Galli e Gonzales sottolineano la potenziale utilità di training cognitivi di resilienza nel settore sportivo, per dare la possibilità ai player di apprendere o migliorare tale abilità.

Sarkar e Fletcher descrivono la resilienza come una delle variabili maggiormente proficue per ottimizzare la performance psico-fisica nonché come fattore protettivo dallo stress eccessivo.

Ognuno degli studi citati supporta il fatto che tra stress e resilienza ci sia un forte legame. Ed ecco che arriviamo al quarto studio che senza dubbio è il più significativo.

Eric An e colleghi, in una pubblicazione recente, descrivono la resilienza in un modo differente rispetto al solito. Non si tratta più di piegarsi ma non spezzarsi. Per gli scienziati citati l’essere resilienti significa avere il controllo completo del proprio corpo, maturando l’abilità di tornare ad uno stato di equilibrio dopo un evento stressante. Il saper recuperare, gestendo forti carichi di stress per poi buttarsi di nuovo sotto, sia sul breve che sul lungo periodo.

E, indovina un po’…

esiste un indice psicofisiologico che permette di misurare scientificamente la resilienza. Si tratta, ovviamente, dell’HRV, l’Heart Rate Variability che abbiamo già approfondito in numerosi contenuti precedenti sia qui su YouTube che sul podcast, ma anche sul blog. Tale informazione è di vitale importanza, e ora ti spiego il perché.

Sappiamo che la resilienza psicofisiologica è l’abilità di monitorare il proprio stato interno, gestendo lo stress in modo attivo. Un’abilità utile tanto all’atleta ansioso, quando all’atleta che prima di una gara si sente scarico. Un’abilità che non è solo mentale, e non è solo fisica. Sappiamo anche che l’HRV è un indice scientificamente valido per misurarlo. Quale potrebbe essere quindi il modo per allenare la propria resilienza psicofisiologica?

Per esempio, tramite il biofeedback o comunque tecniche che vadano ad agire direttamente sull’HRV. Il concetto rimane sempre lo stesso: più sarai in grado di gestire situazioni complesse, più avrai probabilità di essere competitivo e vincere.

E anche oggi abbiamo terminato. Il mio intento era quello di darti una visione alternativa, meno commerciale e più pratica, del concetto di resilienza. Spero di avercela fatta… tu che dici?

Se senti il bisogno di confrontarti con un professionista dell’allenamento mentale, puoi raggiungermi via mail o compilando il form che trovi nella pagina dei contatti. A presto!